Non ho fallito. Ho solamente provato 10.000 metodi che non hanno funzionato.
(Thomas Alva Edison)

Circa due anni e mezzo fa, il National Geographic ha organizzato un hangout su Google col nome di “Epic Fails of Exploration”. Obiettivo: condividere le storie delle imprese andate male di un tuffatore di profondità, di un primatologo e di un biologo della conservazione. In tutti i casi, i fallimenti hanno insegnato una lezione e hanno aperto la porta al successo.

In rete gira una citazione di Michael Jordan, che suona più o meno così: “Avrò fatto undici canestri vincenti sul filo della sirena, e altre diciassette volte a meno di dieci secondi alla fine, ma nella mia carriera ho sbagliato più di 9.000 tiri. Ho perso quasi 300 partite. Per 36 volte i miei compagni si sono affidati a me per il tiro decisivo… e io l’ho sbagliato. Ho fallito tante e tante e tante volte nella mia vita. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto.”

Sono quei 9000 tiri sbagliati e quelle 300 partite perse che hanno permesso a Michael Jordan di infilare quei canestri fondamentali, decisivi per la vittoria e per la costruzione del suo mito d’atleta.
Se leggiamo le vicende dei più grandi individui della Storia, nessuno è giunto al successo senza prima fallire, più e più volte. C’è – pare – chi è riuscito a quantificare il numero medio di fallimenti per imprenditore, prima di centrare l’obiettivo: 3,8.
Non è, tuttavia, solo di impresa che vorrei parlare qui, perché il fallimento è un’esperienza inevitabile per chiunque voglia realizzare qualcosa nella vita.

 

Perché è così difficile accettare il fallimento?

Cominciamo da dove fa più male: perché è così difficile accettare il fallimento? Perché ci dimentichiamo che il successo si può raggiungere solo dopo un numero – spesso elevato – di tentativi falliti?
Probabilmente è possibile ridurre le risposte a due: perché è una questione di ego, e perché nella società (specie nella nostra, oserei dire) il fallimento è visto come un difetto e una vergogna.

L’ego

Il nostro ego richiede riconoscimento: chi più, chi meno, cerchiamo tutti qualcuno che ci dia una pacca sulla spalla e ci dica che siamo bravi; cerchiamo tutti di realizzare qualcosa che funzioni, di dimostrare, con i fatti, che siamo persone valide. Quando siamo nel fondo del burrone, dopo aver ricevuto l’ennesimo “no”, serve a poco ricordare che il genere umano ha impiegato un milione di anni per riuscire a controllare il fuoco (incredibile, vero?). Chi fallisce sente, in una certa misura, di non valere abbastanza come individuo: dal fallimento di un’azione si passa in un batter d’occhio alla sensazione di essere persone sbagliate in toto.

Eppure, a ben guardare, sarebbe il contrario. Fallire in qualcosa costringe a rivalutare il modo in cui facciamo le cose, a prendere una decisione, a rivedere i piani, ad imparare a fare meglio. Il fallimento è una fonte preziosissima di informazioni e insegnamenti.
Anche il nostro ego, in qualche modo, impara dai fallimenti e si consolida; basta chiedere a quei venditori che ricevono un centinaio di “no” maleducati al giorno cosa è cambiato rispetto al loro primo giorno di lavoro. Risponderanno che oggi sono indubbiamente più forti e più resistenti.

La società della colpa e la società della responsabilità

Nella società nella quale viviamo, e in particolare in Italia, il fallimento è visto dal grande ego collettivo come una grave colpa. La colpa è un male; alla colpa, semanticamente, viene spontaneo associare perdono ed espiazione. In altre parole, qualcun altro deve perdonarci per riabilitarci… preferibilmente dopo che abbiamo espiato il nostro peccato mostrando contrizione e pentimento.
Il peso morale associato al concetto di colpa per come lo viviamo dalle nostre parti rende evidente per quale ragione la prospettiva di fallire sia invisa a tutti noi: siamo scoraggiati, e spesso rinunciamo a tentare.

Esiste, naturalmente, anche un altro modello di riferimento, decisamente più diffuso nel mondo anglosassone – a partire dal Regno Unito fino agli U.S.A. dell’American Dream – che ripulisce il fallire dallo stigma morale (fallito = persona non meritevole) e ne fa uno strumento enormemente efficace per la crescita personale e, per transizione, delle imprese.

Al perdono si sostituisce la fiducia, all’espiazione la responsabilità.
La fiducia va riposta nelle intenzioni positive di chi ha tentato e non è riuscito. La responsabilità significa necessariamente modificare il proprio comportamento – pena la perdita della fiducia.

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Come fallire in modo intelligente

Potremmo banalizzare, e convincerci che è semplicemente meglio mettercela via: che lo si voglia o no, il fallimento è parte integrante dell’esistenza, e faremmo meglio ad accettarlo. Temo tuttavia che una considerazione così scarsamente empatica non sia d’aiuto ai più.

Chi scrive è invece un forte sostenitore della fiducia e della responsabilità, ovvero di quei comportamenti che denotano rispetto per se stessi, per il proprio progetto, per gli altri. Inoltre, come scrivevo più sopra il fallimento di fatto è una fonte utilissima di informazioni: mostra cosa non funziona del nostro intendimento e, di conseguenza, indica la via per scovare cosa invece funziona.

Non è per nulla facile superare quel senso di frustrazione e scoramento e la sensazione di non valere nulla che conseguono all’aver fallito; per molti di noi, in certe fasi dell’esistenza, è del tutto impossibile.

Fallire in modo intelligente, invece, richiede una diversa cultura dei rapporti interpersonali, che sarebbe meraviglioso fosse coltivata negli ambienti di lavoro e in tutte le circostanze in cui ci si pone un obiettivo per ottenere un risultato:

  • Se hai fallito, vuol dire che ci hai provato. Hai avuto più coraggio di molti altri, e ciò è qualcosa di cui andare fieri. Nessuno dovrebbe mai essere punito per averci provato.
  • Fai tesoro delle informazioni che il fallimento ti regala. Prendi nota di cosa non ha funzionato, cercando di osservare te e la tua impresa dall’esterno. Non cercare di autoassolverti, non ce n’è bisogno!
  • Identifica quali sono i comportamenti che dovrai modificare se vorrai avere successo la prossima volta; identifica anche in che modo vorrai modificarli.

La misura della motivazione, propria e degli altri, diventa la determinazione ad avere successo nonostante le difficoltà, rispetto alla rassegnazione a fallire a causa delle difficoltà.

Possibilmente senza sensi di colpa.

  • Paolo Orlandi

    Ottimo articolo, affronto spesso la tematica del fallire che in Italia e’ molto negativa.
    Linko un mio post recente al riguardo.

    http://wp.me/p30IzY-Js

  • Katy Astolfi

    Sto scrivendo una tesina sul fallimento e questo articolo mi è stato molto d’aiuto. Acuto e intelligibile, complimenti e grazie mille