Professione di fede: credo nel team work, nella distribuzione delle responsabilità, così come nell’autodeterminazione del lavoro.

Detto questo, siamo cartesiani, basiamoci sull’esperienza.

Vedo molte realtà lavorative, quasi tutte, senza fare nome, caratterizzate dalla mancanza di un leader. Ma come? Proprio oggi che la politica, l’economia, la storia ci insegnano che, volente o nolente, il mondo ha bisogno di capi. E se Brecht, nel suo Vita di Galileo, declamava “sventurata la terra che ha bisogno di eroi”, oggi le cose sono cambiate. Eroi forse non ce ne sono più, personalità determinanti con capacità decisionali e visionarie, ecco di quelle si avremmo davvero bisogno! Negli anni, abbiamo visto un proliferare di formatori, di personal trainer, di testi che promettevano la creazione di doti di comando. E tutti con un discreto successo. Ma di leader neanche l’ombra!

Leader si nasce o si diventa?

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Forse esagero ma la domanda a questo punto è spontanea: leader si nasce o si diventa? E soprattutto, tutti noi lavoratori abbiamo bisogno di un capo?

Proviamo a rispondere con calma, consiglio nel frattempo la lettura di Good to great di Jim Collins (disponibile solo in inglese): leader si può diventare ma non a freddo! Spiego meglio, le doti naturali di carattere e personalità non possono mancare, ma altrettanto indispensabili sono la formazione e l’esperienza. Come sempre, non esistono solo il bianco e il nero. Cos’è un leader? Una persona che indirizza e motiva i collaboratori e ne orchestra le competenze avendo ben presente l’obiettivo da raggiungere.

Leadership chartIn senso moderno, il leader non è certo il capo direttivo piuttosto colui che, come Ken Blanchard definisce, esercita una “leadership di servizio”, ovvero la leadership che pone al primo posto l’interesse per l’organizzazione e per gli altri, anziché a vantaggio di se stessi. Esempi? Me ne vengono in mente due: Marisa Bellisario, purtroppo scomparsa prematuramente, e Massimo Bottura, chef tristellato dell’osteria Francescana di Modena.

Due periodi storici diversi, la Bellisario ha operato tra gli anni ’70 e gli ‘80, due storie diverse, due generi diversi, la Bellisario è stata spesso vittima di pregiudizi sessuali, due concezioni simili della leadership: la centralità del ruolo dei collaboratori per il successo dell’azienda.

“Follia sotto controllo” definisce Bottura la sua filosofia, e parla del ristorante come di “uno strano mix tra un teatro e un orologio di precisione”, un organismo da regolare e saper gestire, esattamente come un’azienda. Avrebbe detto una cosa simile probabilmente la Bellisario, a cui è stata dedicata una Fondazione che oggi si occupa di valorizzare le professionalità femminili che operano nel pubblico e nel privato e promuove una cultura di genere attenta alla parità in un dialogo aperto alle diverse istanze della nostra società.

Tutti abbiamo bisogno di un capo?

Torniamo quindi alla seconda domanda: tutti noi abbiamo bisogno di un capo? Io rispondo, si! Così come il direttore d’orchestra dirige i musicisti che andranno a comporre la sinfonia, armonizzandone i talenti, allo stesso modo un capo sa guidare il suo team, farlo crescere e ottenere da ciascuno il meglio. Non sto dicendo novità, lo so. Tutti sanno quanto sia importante avere un capo in gamba, il difficile sta nel trovarlo, anche perché in genere il capo non si sceglie: è lui a scegliere i collaboratori.

Fin qui abbiamo parlato di capi, ma alcune doti che fanno di un capo un leader, possiamo esercitarci a svilupparle anche se capi non siamo ancora, nel nostro team work, secondo le nostre competenze e i nostri compiti. Sia mai che si trovino i leader del futuro!

Seconda lettura consigliata: Anthony De Mello, Messaggio per un’aquila che si crede un pollo, Edizione Piemme. Per non rischiare di possedere le doti naturali di leadership e non rendersene conto!!!

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Flavia Fiocchi
"Io scrivo di quello che vedo e del mio tempo: ieri è passato e forse ci sarà un domani, per ora c'è un presente che ci unisce e bisogna farlo crescere. Questo mi interessa. Avere buone idee e svilupparle. Mi occupo di Arte, che è cosa mentale ma non cerebrale, bisogna sentirla come parte di se, del proprio orizzonte, come possibile connessione con il quotidiano. Credo nelle collaborazioni, negli scambi e negli sguardi, che spesso sono un'illusione, ma in un attimo cambiano le carte in tavola e le persone."