FROGINTERVISTA: risponde Carla Icardi, direttore di Italian Gourmet, divisione del gruppo DBInformation Spa, specializzata in editoria enogastronomica.

È la tendenza degli ultimi anni, dalla televisione ai giornali, dagli eventi alle chiacchiere in strada: il food, o per dirla alla nostra maniera, il cibo, sostentamento e passione per il gusto, l’abbinamento dei sapori e la grande creazione in cucina. Ormai, a ragione, potremmo definirla gastromania. Ma in questo caso, è nato prima l’uovo o la gallina? La domanda è quantomai in tema, il cibo certo è un nostro bisogno primario ma per diventare cultura e contenuto di strada ne ha fatta, e una protagonista importante di questo settore ci racconta qui le tappe di questo emblematico viaggio.

FF Da dove nasce questo fenomeno?

CI È un processo che è nato e cresciuto in parallelo all’evoluzione della cucina, nel momento in cui la cucina è diventata un qualcosa di pubblico e successivamente di mediatico: prima parlavamo di un rapporto quasi intimo tra chef e cliente, poi i ristoranti si sono aperti alla comunicazione nella ricerca dei canali migliori per comunicare questa trasformazione. La successiva grande svolta è stata l’approdo degli chef in televisione, fenomeno che negli Stati Uniti impazzava già da qualche anni prima di arrivare da noi nei primi anni 2000; dalla televisione poi c’è stata la ricaduta sul tessuto sociale. A mio avviso, si tratta di un fenomeno scoppiato proprio con il diffondersi di un interesse dato dalla moltiplicarsi delle trasmissioni televisive di cucina.

FF Quindi, interesse spontaneo o fenomeno costruito a tavolino?

CI Qui secondo me va fatto un distinguo, in Italia da sempre c’è un rapporto con la cucina molto stretto, una cultura del cibo e delle eccellenze enogastronomiche diffusa e alimentata, diversamente da quanto accade all’estero, l’italiano ha nel DNA il rapporto con i fornelli, in Francia si riscontra da sempre una propensione ad uscire maggiore della nostra e quindi una minor dimestichezza in cucina. Questo per dire che la base in Italia era completamente diversa, qui una cultura gastronomica era già presente, la cucina fa parte del vissuto di ogni italiano. Forse qualcosa di più privato, che poi si è fatto globale. Come si fa poi a determinare l’inizio di un processo? Posso con certezza dire che si è trattato di un fenomeno importato che qui ha trovato un terreno fecondo in cui impiantarsi. A differenza di altri trend che hanno caratterizzato questi ultimi anni, penso alla moda al design, il food ha meno barriere di accesso, che siano economiche o geografiche o culturali, praticamente tutti oggi ad una cena al ristorante, stellato o no, non sanno rinunciare. Quando si è trattato quindi di trovare temi nuovi, televisivi o sociali, il food è risultato nelle nostre corde, il punto di incontro tra un interesse diffuso e la necessità di nuovi canali di business, tra domanda e offerta.

IL FOOD SUI SOCIAL

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FF Domanda e offerta che si sono incontrate e sono scoppiate sui social…

CI Food e social, un amore a prima vista. Sul web, ammettiamolo, funzionano piatti, gattini e vestiti. Inoltre i social hanno quell’immediatezza che ben si associa al cibo e alla cucina, condividono la componente istintuale che difficilmente sottostà a regole. Il food è basico, non è evitante, tutti si sentono all’altezza di parlarne e di condividerlo. Un buon contenuto per un ottimo contenitore.

FF Basico, popolare, condivisibile certo ma anche tradizionale e con una base culturale. Il cibo ha tutto, per questo è il tema del momento?

CI Beh questo vale soprattutto in Italia, qui la comunicazione food può fare leva su valori condivisi su una cultura emozionale che è stata il pane di molti pubblicitari e comunicatori. Gli stessi chef, divenuti oggi testimonial o veri e propri brand, portano con sé un bagaglio di professionalità e competenza da non dimenticare, anche qui però dobbiamo parlare di un evoluzione: i primi chef mediatici avevano una professionalità riconosciuta, poi si è verificato un allargamento della forbice, oggi troviamo un 70% di show e un 30% di reale conoscenza della materia. Perfetto esempio di questa inversione di tendenza è il successo di vendita (2 milioni di copie vendute) del libro di cucina di Benedetta Parodi, Cotto e Mangiato, nessun giudizio sull’autore, semplicemente la presa di coscienza che anche chi non è del mestiere crea consenso e spinta all’acquisto. Se dovessi fare una previsione, vedrei nei prossimi anni un rirestringersi della forbice, per cui la cucina ritornerà ad essere ad appannaggio di chi la conosce veramente. Una previsione ma anche un augurio, perché non va mai dimenticato che la cucina ha a che fare con la nostra salute, il nostro benessere psicofisico e, non ultimo, anche con la nostra economia, valori che in questo momento si sono persi totalmente (vedi cura il cancro con l’insalata!). Il futuro di questo mondo, che, amo ribadirlo, non è una bolla destinata ad esplodere, non è una moda passeggera ma fa parte del nostro quotidiano, è nella professionalità dell’operatore che deve riprendersi il suo ruolo di portatore di un messaggio di alimentazione sana, controllata e corretta.

LE PAROLE CHIAVE DELLA COMUNICAZIONE FOOD

FB Tu che ti occupi di comunicazione, quale consiglio daresti ad un’azienda alimentare che deve pianificare il lancio di un prodotto o un nuovo trend. Quali sono le parole chiave che oggi bisogna pronunciare?

CI Noi abbiamo a che fare quotidianamente con aziende del settore e l’errore che vedo più diffuso è il credere che basti affidarsi ad un testimonial famoso per raccontare il proprio brand o per riposizionare un proprio prodotto. I casi sono sotto l’occhio di tutti: un prodotto che non ha nulla di nuovo rispetto a quello che era prima, magari industriale, a cui viene appiccicato il volto di un personaggio noto e buttato sul mercato. Tutti cavalcano questa facile soluzione, spesso con sforzi economici enormi. Niente di più sbagliato, un bagno di sangue che non porta nessun miglioramento dal momento che non è sostenuto da un discorso di qualità e di coerenza. Questo accade a causa della giovinezza del settore che non ha una storicità tale da conoscere certe regole, un brand di moda per esempio non si abbinerebbe mai ad un testimonial non in linea con il suo prodotto. Non sono per il classismo gastronomico, evviva le contaminazioni ma con un senso, magari un prodotto realizzato ad hoc dallo chef (penso al tanto criticato hamburger di Gualtiero Marchesi), altrimenti diventa una commodity priva di contenuto. E a questo il consumatore non rimane indifferente. 

mcdonaldmarchesi

FF Abbiamo una prima parola chiave qualità, poi?

CI Conoscenza, come dicevo è un sistema giovane che deve evolversi, che deve crescere e, mi auguro che lo faccia con competenza e grande professionalità. Così come ha fatto la nostra divisione editoriale che ha seguito i trend del mercato, con l’evoluzione del lettore che da passivo è diventato uno degli attori principali nella costruzione di un contenuto, con critiche, valutazioni e interazione sui Social. La carta, il nostro settore, deve farsi interprete dei cambiamenti e dare valore aggiunto al contenuto.

FF Contenuto che, visto che parliamo di food, non possiamo che vedere un po’ vacillante in Expo2015, la più grande manifestazione sul tema degli ultimi anni. Tu cosa ne pensi?

CI Io appartengo da sempre alla categoria degli expo-ottimisti, però devo ammettere che il tema è del tutto scomparso. Expo è una bellissima fiera campionaria, con bellissime strutture architettoniche e la possibilità di una visione globale. Se c’è stato un fallimento è proprio questo, il non essere riusciti a portare avanti un tema molto importante per il futuro e di grande mediaticità. Per contro, c’è il fatto di avere un evento che sta funzionando (2,7 milioni di visitatori nel primo mese) e la possibilità di conoscere culture gastronomiche diverse dalla nostra. Ancora una volta, devo sottolineare la scarsa collaboratività dei professionisti del settore che non sono riuscite a mettersi insieme per creare un’offerta fuori-expo che non doveva assolutamente competere con Expo ma andare in parallelo per accogliere turisti e interessati. Con calma, miglioreremo.

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Flavia Fiocchi
"Io scrivo di quello che vedo e del mio tempo: ieri è passato e forse ci sarà un domani, per ora c'è un presente che ci unisce e bisogna farlo crescere. Questo mi interessa. Avere buone idee e svilupparle. Mi occupo di Arte, che è cosa mentale ma non cerebrale, bisogna sentirla come parte di se, del proprio orizzonte, come possibile connessione con il quotidiano. Credo nelle collaborazioni, negli scambi e negli sguardi, che spesso sono un'illusione, ma in un attimo cambiano le carte in tavola e le persone."