“Lo strano caso del Dr. Cattelan-curatore e di Mr. Cattelan-artista”, lo titolerei così un saggio in questo novembre artistico. L’arte dei nostri tempi è davvero uno strano caso, e lui, il Maurizio nazionale, ne è testimone, santone e profeta.

Un uomo, un artista, un mistero

maurizio-catalanL’avrete già capito, Maurizio Cattelan non incontra il mio gusto. Ma direte voi, chissenefrega? Legittimo; posso dire però che ha sempre scatenato la mia ammirazione. La capacità di prendere in mano qualcosa e stravolgerla: che siano leggi del mercato, che siano canoni estetici, che sia il giudizio degli occhi che, stralunati, guardano il culo di quatto cavalli appesi al muro. La comprensione vacilla, lo shock è assicurato. Trent’anni di provocazioni, a cominciare da quel tavolo da calcetto, “Stadium 1991”, che vedeva schierati da una parte i giocatori del Cesena e dall’altra undici giocatori senegalesi che indossavano una maglia con il logo RAUSSU, lo slogan con cui venivano appellati gli ebrei da parte dei nazisti. Shock. Poi il Papa. Shock. Poi Hitler. Shock. Poi gli animali imbalsamati. Shock. I manichini di bambini impiccati a Milano. Shock, Shock, Shock. Poi l’addio, la pensione, l’ultima grande mostra al Guggenheim di New York. Una mostra-riassunto, da vedere come forma unica, un inizio e una fine che fanno parte del percorso stesso, un copione che ruota su se stesso vorticosamente come le scale del museo newyorkese, “sono uno di quei pensionati che non riesce a smettere di lavorare”, ha dichiarato recentemente a “Sette”, settimanale del Corriere della Sera. Artista senza saper dipingere – “Il regalo più angosciante che ho ricevuto da ragazzino è stato un kit da pittore. Non avevo idea di come usarlo”, sempre dalla sua intervista a “Sette” -, icona senza essere storicizzato, post-dadista senza essere intellettuale e, oggi, curatore senza essere dedalico.

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E fin qui abbiamo più o meno capito Maurizio Cattelan artista, però bisogna annotare che nel 2011 il critico francese Jean Clair nel suo pamphlet “Hiver de la culture”, ritornò ad accusare l’arte contemporanea e i suoi rappresentanti, Cattelan fra tutti, dicendo di loro: “Somigliano all’ assassino di cui aveva scritto Thomas de Quincey: praticano la dissacrazione, la profanazione, il furore omicida”. Cattelan, e molti come lui, sarebbero secondo Clair, nient’altro che un’operazione di marketing. L’opinione di Clair è contestabile, sta di fatto che, se di operazione si tratta, il suo successo è sotto gli occhi di tutti, perché quindi non prenderne spunto? Ammettiamolo, l’arte ha perso da mo’ la sua purezza, la sua integrità, l’arte non è più arte da quando la vita ha smesso di imitarla, da quando l’accettazione del brutto – ma ancora non la sua condivisione – è diventata parte di noi.

Dicevamo, operazione di marketing, strategia di comunicazione, prodotto da vendere. Parole sconosciute cinquecento o quattrocento anni fa? Non del tutto in realtà, i pittori del Rinascimento erano artigiani, produttori di oggetti, meravigliosi ma sempre oggetti, un quadro o un affresco era uno strumento di devozione, o di abbellimento, aveva un utilità intrinseca, non esisteva solo in virtù della sua bellezza estatica. Gli artisti-artigiani dovevano per forza sapersi vendere, far capire e circolare il proprio “prodotto”, se volevano sopravvivere.

Ideali diversi, canoni opposti, ma non così distanti. L’artista cerca, che lo ammetta o meno, il consenso, e per piacere può seguire alcune strade, che, a mio avviso, infine si riassumono in due scelte: shockare o affascinare. Direte, facile! Per niente, e nessuna delle due, tra l’altro. Entrambe le vie richiedono un pensiero complesso, se lo shock o l’ammirazione vogliono essere sincere, vogliono generare riflessione, altrimenti non si rimane colpiti più di una bestemmia pronunciata da un bambino. Si scuote la testa e lo si è già dimenticato.

L’artista e il marketing, il caso di Torino

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Ma mi sto dilungando, torniamo al titolo di questo post e al suo protagonista: Cattelan, come dicevo, è passato recentemente dall’altra parte del muro, ha assunto i  panni del curatore, e insieme a Myriam Ben Salah e Marta Papini, ha prodotto la mostra “Shit and Die” per la nuova edizione di One Torino in occasione di Artissima 2014. Tralascio i commenti sul titolo – che come da intervista riprende una scritta al neon, “One Hundred Live and Die. Shit and Die”, che compone un’opera del video artista statunitense Bruce Nauman -, gli artisti coinvolti, le opere – tutte davvero molto belle! – e mi soffermo sull’idea di mostra e la scelta della location: raccontare una città attraverso una parte di essa, Palazzo Cavour in cui ha sede la mostra, e attraverso la sua storia, le cui milestone sono i temi delle opere esposte. Dice Cattelan alla rivista Artribune: “La mostra è pensata come un racconto per immagini: abbiamo scelto lavori che rispondevano o arricchivano le questioni trovate a Torino, il suo passato di città industriale ormai in declino, la fascinazione per il collezionismo, il feticismo per gli oggetti, insieme al lavoro di artisti torinesi e produzioni ad hoc, commissionate ad artisti che rispondessero a questo contesto. In questo modo, manufatti presi in prestito dal Museo Lombroso e da Casa Mollino fanno l’occhiolino alle produzioni di giovani artisti, mentre la Contessa di Castiglione si contende la scena con Rita Pavone e Alba Parietti”.

Cos’è questo se non storytelling, saper raccontare se stessi e il proprio spettro di attività, il proprio contesto. È buon marketing? Secondo me si!

Fare Marketing, come voi mi insegnate, non significa solo “vendere” ma anche analizzare il rapporto tra mercato e utilizzatori e tra questi e un prodotto. E Cattelan (e il suo staff) sa farlo, è un fatto: ha visto un gap, la memoria di un passato così recente ma che rischiava di sprofondare in un buco nero, e l’ha riportato alla luce con fare archeologico, ha riletto i valori di una città, i suoi segreti e i suoi feticci, per dimostrare che non è morta, ha fatto parlare Torino che come i suoi abitanti (quelli originali!) è estremamente riservata e austera. Dovrebbe farlo per tutta l’Italia!

“Shit and Die” è Torino in vetrina, senza svendite o saldi, forse un po’ in vendita ma come prodotto d’eccellenza. “Shit and Die” è Eataly dell’arte. Quindi se Oscar Farinetti è stato proposto come Ministro dell’agricoltura, proponiamo Cattelan ministro del Turismo?  (il Ministero del Turismo in Italia – paese che come TUTTI sanno potrebbe vivere egregiamente di questa risorsa ospitando sul suo territorio il maggior numero di siti riconosciuti dall’UNESCO – non esiste più come come ministero dal 2013, essendo stato assimilato nel Ministero dei Beni Culturali. Siamo messi così!)

  • Paolo Orlandi

    Nell’articolo grazie. Chiarisce molto bene come se non si vende neanche l’artista si conosce, mi riferisco allo spunto sul rinascimento, difficile da far capire ai professoroni dell’arte, come se gli artistico-artigiani dell’epoca ottenevano commissioni in modo miracoloso.