Thomas EdisonDa qualche tempo sento e leggo molte riflessioni sul valore, la circolarità e l’iter di un’idea.

Anche qui ne abbiamo parlato, e sabbiamo bene quanto idee, a volte silenziose, abbiano piano piano cambiato il mondo. Le scoperte scientifiche, il pensiero filosofico, le nuove tecnologie. La rete. Edison diceva, “il valore di un’idea sta nel metterla in pratica”, ovvero un’idea, per essere una buona idea, deve essere corredata da un’analisi di fattibilità, deve dunque essere applicabile e bisogna descriverne le modalità di applicazione.

Oggi viviamo una situazione in cui, da una parte, molte idee, sopratutto in campo tecnologico, trovano attuazione, dall’altra, in un ambito ancora più strategico ed essenziale, quale la progettualità politica ed economica, le idee sono poche, ma sopratutto non se ne intravede un piano realizzativo. Come mai? Mi sembra che questi ultimi anni siano caratterizzati da una forte spinta creativa nella tecnologia, qui la vision c’è e si manifesta, già si prefigura un mondo, non molto lontano da oggi, in cui non sarà più il postino a consegnarci le lettere o i pacchi ma un drone, gli elettrodomestici parleranno e decideranno gli acquisti per noi e la nostra vita si svolgerà totalmente online. Questa rappresentazione manca, a mio avviso, di una vision politica, che analizzi e valuti le ricadute sociali, sul piano dell’organizzazione della vita pratica e descriva le dinamiche economiche sottese.

La popolazione terrestre è in continuo aumento, le necessità di lavoro umano, di mano d’opera generica e, in prospettiva, anche specializzata, si stanno rapidamente riducendo, quale sarà il modello economico da adottare? Già perché qualche giorno fa Amazon ci ha detto che nel giro di qualche anno un drone volante ci consegnerà un pacco in meno di trenta minuti; un servizio fantastico che coprirà ben l’86% delle consegne di Amazon, quelle di peso inferiore ai 2,5 Kg. Ok, niente di nuovo direte, ce l’aveva già raccontato Metropolis o più recentemente I,Robot, ma la rivoluzione digitale ha due caratteristiche che la rendono diversa dalle rivoluzioni del passato, quelle industriali innanzitutto.

Per la prima volta un’attività precedentemente remunerata – la consegna dei pacchi, l’inserimento dei dati, la realizzazione di un’enciclopedia, la scrittura di un articolo, la recensione di un ristorante – e che prevedeva una specifica preparazione professionale e un inquadramento contrattuale, viene parcellizzata e delegata agli utenti che gratuitamente la attuano. Questo fatto non è positivo o negativo in sé ma altera le regole del mercato e dunque queste regole qualcuno le deve riscrivere. Si tratta inoltre di definire i confini oltre i quali non è consentito ignorare le competenze; in rete tutti possono fare il lavoro di tutti, commenti o consigli si sprecano, le informazioni non trovano verifica, certamente si è aumentato il grado di libertà, e questo è un bene, ma la legislazione, le regole di mercato, la tutela degli utenti, la tutela del diritto ad una corretta informazione, devono trovare voce in un disegno della società del futuro che spetta alla politica proporre. In sostanza si sente la mancanza di un pensiero strategico, di una vision che delinei l’Italia e l’Europa, del secolo che è da poco iniziato, che garantisca ai cittadini cittadinanza, che valorizzi l’uomo e le sue istanze più alte. In definitiva, la nostra classe politica non sembra in grado di comprendere e recepire i grandi cambiamenti che caratterizzano la nostra società, in rapida evoluzione, o forse, di saperla vedere solo in parte, non nel suo insieme.

Di idee ne sentiamo tante, l’abbiamo già detto, ma qual è quella giusta? Cantava Gaber “se potessi mangiare un’idea | avrei fatto la mia rivoluzione”, l’idea giusta è quella che trova un piano di attuazione, il momento della convergenza, e risolve le questioni più profonde, quelle di prospettiva.

Possiamo quindi affermare che questo 2013 si sta concludendo nel segno delle idee – ovvero della loro enunciazione -, speriamo che il 2014 sia l’anno della loro valutazione e messa in pratica. 

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Flavia Fiocchi

“Io scrivo di quello che vedo e del mio tempo: ieri è passato e forse ci sarà un domani, per ora c’è un presente che ci unisce e bisogna farlo crescere.
Questo mi interessa. Avere buone idee e svilupparle. Mi occupo di Arte, che è cosa mentale ma non cerebrale, bisogna sentirla come parte di se, del proprio orizzonte, come possibile connessione con il quotidiano.
Credo nelle collaborazioni, negli scambi e negli sguardi, che spesso sono un’illusione, ma in un attimo cambiano le carte in tavola e le persone.”