La mia generazione è nata all’ombra di Woodstock (che ancora non era passato) e alla luce brillantinata di Grease, della Febbre del Sabato Sera e di Happy Days.

I film avevano sempre un lieto fine. Noi figli della generazione dell’Acquarius, a differenza dei nostri padri, avevamo spento il fuoco sacro de “Il Futuro è Mio” e avevamo acceso quello del Carpe Diem.

Fonzie Happy Days

Gli anni ‘80 sono stati l’ultima “golden age” che per lungo tempo ancora si ricorderà. Un’epoca, in Italia, drogata da quello che oggi è diventato un debito pubblico quasi impronunciabile e che ha consentito alle generazioni, che ormai avevano abbandonato i loro Wolkswagen Bedford a fiori colorati, di vivere a lungo al di sopra delle possibilità di questo paese. Lo spirito di comunità che aveva pervaso le ideologie sottese a “Il Futuro è Mio “ si era ormai perso, trasformando così uno slancio ideale in una traduzione puramente letterale incentrata soprattutto sulla parola “Mio”.

Il benessere indotto da quegli anni ha cambiato radicalmente il nostro io più profondo. Dall’essere vogliosi di disegnare il proprio futuro (come l’Egitto di questi giorni) siamo passati a subire passivamente (i decenni a venire), come spettatori appagati e satolli, sprofondati sul divano, davanti alla TV della vita sociale.

E poi è arrivato il Carpe Diem con tutto il suo fascino e significato. Un significato che però con le sue maleinterpretazioni ha portato ad associare alla parola “Mio” il concetto di “tutto e subito” (perché la vita è breve e bisogna godersela). Niente futuro da condividere, niente domani. Oggi! Alla giornata, e soprattutto per me.

Persone, aziende, l’intero paese ha adottato la strategia del breve periodo, del “mordi e fuggi”. Maniche di camicia ben alzate e ben intrise di fango a produrre. Valigette cariche di opuscoli da portare in giro a vendere come scope elettriche casa per casa. “L’ Oggi” è un prodotto da fare anche in giallo, perché quello nero ha venduto un sacco. “Oggi” è ora di andare a vendere ai russi perché in fiera mi hanno chiesto 10 pezzi. Oggi possiamo assumere 10.000 dipendenti pubblici che facciamo ripartire l’economia. Oggi possiamo anche aumentarci gli stipendi, tanto pagheranno i nostri figli per noi, in fondo gli abbiamo dato il benessere

Come dice Gianpiero Cito nel post che ha ispirato questo mio pensiero, il fatto che ci fosse sempre il lieto fine ci aveva illuso che il progresso non avrebbe avuto mai fine. Che il segno positivo lì davanti ci sarebbe stato sempre; che non fosse necessario essere formica per capitalizzare gli sforzi delle nostre aziende, dei cittadini e del nostro paese nel valorizzare la cultura, la conoscenza, le competenze, l’immagine e i prodotti, pensando al domani. Questo popolo di cicale ad un tratto si è accorto del tempo trascorso e di come un sistema economico (quello distrettuale preso ad esempio ancora da mezzo mondo) fosse ormai alla deriva. Spreco di una vita di bagordi all’insegna del Carpe Diem distorto è del “tutto e subito”. Dopo aver fatto riscrivere intere pagine dei libri di economia con le nostre piccole medie imprese, ci siamo trovati a leccarci le ferite senza aver capito ancora cosa sia successo. Senza aver preso la targa dell’autotreno che c’ha investito.
Ma torniamo al lieto fine di Gianpiero Cito che continua:

“Ce lo avevano promesso quei bugiardi del Piccolo Mugnaio Bianco, di Ralph Supermaxieroe, dei Ringo Boys, de la Famiglia Cuore, di Mio Mini Pony, di Heidi, di Spank, dell’A-Team.

Un’euforia che ci ha rovinato la vita. Che ci ha indeboliti e che ci sta facendo vivere questa crisi mentendo a noi stessi come Rocky, quando dice che “non fa male”, anche se ne sta “buscando come un noce”. Fa male eccome.

Ci stiamo svegliando bruscamente da un torpore che ci costringerá a prendere in mano le nostre vite e decidere cosa farne. Siamo troppo giovani per mollare e troppo vecchi per scappare dalle nostre responsabilitá. Siamo stati chiamati “fannulloni”, “bamboccioni”, “tuareg”, “generazione X”. Alla nostra età, i nostri nonni stavano progettando il futuro dei nostri genitori. Noi stiamo ancora palleggiando con il nostro. Gli anni ’70 guardavano agli anni ’50. Se adesso ci volgiamo a guardare agli inizi degli anni ’90, ci ritroviamo ad un periodo assimilabile a quello che stiamo vivendo: crollo di certezze, scandali economici, demolizione di una classe politica. Allora furono gettate le basi per crearne una addirittura peggiore, che ha prodotto scandali ancora più gravi e che ha portato l’Italia in una seconda Repubblica che per certi versi ci ha fatto rimpiangere la prima.”

Di Fonzie è rimasto solo il cesso come ufficio. Non ci sono schiocchi delle dita che facciano ripartire il juke-box. Gli Happy Days sono il passato. Ma la nostra carta d’identità ha ancora la foto col sorriso, il giubbotto di pelle e il vento tra i capelli imbrillantinati di un viaggio in moto di trent’anni fa. Una foto da cambiare se non vogliamo essere ricordati come l’ennesima “gioventù perduta”. Una foto forse da ripensare perché quello che siamo diventati non ci piace proprio e soprattutto non considera il fatto che Fonzie, il Carpe Diem e il benessere degli Happy Days sono morti e che è ora è tempo di ricominciare a pensare che “Il Futuro è Mio” – ehm scusate – è Nostro!