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Nella sezione altri autoriFederico Mainardi fa tris e lancia questa riflessione su desideri e consumi.

Cosa voglio veramente? Desidero realmente ciò che voglio, oppure lo voglio perché sono inserito in un contesto che me lo fa desiderare?

Questi interrogativi, solo all’apparenza sibillini, agitano la cultura contemporanea su più fronti, risultando familiari tanto ai più smaliziati lettori di filosofia quanto ai conoscitori di Aleister Crowley e delle inquiete, variegate forme di cultura che (specialmente in ambito musicale) a lui si ispirano. Ma a ben vedere, prescindendo da letture e ascolti più o meno impegnati, questi scomodi quesiti toccano da vicino chiunque possa desiderare l’acquisto di un prodotto di sorta e sia, perciò, fatto oggetto di un’azione di marketing: riguardano, insomma, qualunque consumatore potenziale.

La crisi incede, gli stipendi si assottigliano ed i consumi crollano, ma non il desiderio per le merci. Quello persiste e si moltiplica… perché nutrito di simboli. Secondo lo psicologo Jacques Lacan ciascuno di noi intrattiene un rapporto simbolico-dichiarativo con gli oggetti: possediamo o bramiamo un oggetto, cioè, perché esso dichiara simbolicamente una certa visione del mondo, che per suo tramite vogliamo incarnare. Così possedere un fuoristrada, pur vivendo in città, è simbolo di libertà e dinamismo: un significativo spot di qualche tempo fa mostrava la silhouette avventurosamente infangata che un fuoristrada, agli occhi del suo compiaciuto proprietario, continuava ad ostentare nonostante fosse appena uscito dall’autolavaggio. La proprietà del caparbio veicolo, in grado di viaggiare sui terreni accidentati (della vita), rappresenta il preteso spirito libero del suo conducente. Allo stesso modo il possesso di uno smartphone di ennesima generazione è espressione simbolica di una personalità trendy e all’avanguardia: l’ergonomia ottimale e le mille applicazioni, semplici quanto intelligentemente pratiche, rappresentano il temperamento brillante di chi ne fruisce. Così un profumo che reca, sulla boccetta, un’elegante effige desunta dalla mitologia greca simboleggia il fascino e la forza di cui il suo consumatore vuole ammantarsi.

Probabilmente, però, il fuoristrada metropolitano non affronterà mai uno sterrato, il costoso smartphone è destinato ad essere esibito, sì, ma sfruttato solo per una minima percentuale delle sue potenzialità ed il profumo mitologico stuferà in breve tempo, in barba all’immortalità dell’epica greca. Perché? Perché la libido ha abbandonato rapidamente queste merci acquisite e le evanescenti promesse identitarie cui esse davano corpo, per trasmigrare alla volta di nuove possibilità, nuovi sogni o bisogni solleticati dalla sapienza del marketing. Nel nutrire questo genere di desideri si potrà affermare di avere il controllo di se stessi? Si potrà dire di vivere consapevolmente i propri moti interiori? O si sarà fragilmente esposti all’influenza e alle illusioni di forze provenienti dall’esterno? Due immagini celebri, coniate in epoche passate, esemplificano quest’alternativa tra facoltà di direzione e totale dipendenza dalle spinte esterne. La prima (citata da Ernst Cassirer) è l’immagine dell’uomo rinascimentale, insediato al timone della barca cui una dea, soffiando, gonfia le vele: se ella muove l’imbarcazione, egli sa nondimeno deciderne il verso; la seconda è l’immagine medievale dell’individuo vincolato alla ruota che gira: l’uomo che non conosce alternative al lasciarsi trasportare da un agente indipendente dalla sua volontà.ì

Dunque, è possibile prendere in carico la direzione del proprio desiderio? Il meccanismo simbolico rimane probabilmente inalterabile nel suo funzionamento: vogliamo un prodotto perché simboleggia qualche preteso tratto di noi, perché appaga un’immagine interiore che abbiamo di noi stessi. Si tratta, però, di assumere la direzione consapevole di questo meccanismo, far girare questo ingranaggio in autonomia, slegandosi dalle immagini di sé indotte artificialmente. Si può, e si deve, pensare il desiderio come uno strumento creativo con cui plasmare se stessi secondo la propria libera volontà: proprio questa capacità di libera realizzazione definiva l’essenza della dignità umana per Pico della Mirandola. Pensare il desiderio in questi termini, allora, può servire a slegarlo dal subdolo senso di impotenza generato dalla comunicazione pubblicitaria: “senza quest’oggetto non potrai corrispondere all’idea che hai di te stesso”.

Lasciarsi possedere dai desideri indotti equivale all’incapacità di trovare appagamento, nella continua ricerca dei mille articoli e dei relativi status che le tendenze della collettività ed il mercato impongono. Al contrario, desiderare non perché indotti a farlo, ma per attuare il proprio libero stile di vita, frutto di scelta consapevole e ponderata, è anche un modo di vivere più coscientemente la propria gestione economica: un modo di reggere il peso della crisi razionalizzando le spese nella testa, prima ancora che sulla carta.

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