La felicità in azienda: opzione o condizione? 12 consigli per l'uso.Fermatevi un attimo e pensate di lavorare alla cassa di un supermercato. Sentite il “plin” del lettore ottico che fa da metronomo alla vostra giornata di 8 ore? Passano i clienti con mille facce e per ognuno di loro ripetete una sequenza di gesti quasi meccanici. Più ci pensate e più sentite che, al vostro confronto, Charlie Chaplin in Tempi Moderni era in vacanza. Ora, se ben vi siete immedesimati in questa attività, credo che sarete d’accordo con me che di divertente c’è ben poco. A tutto ciò, aggiungete il fatto che passate il giorno toccando un sacco di soldi che poi non verranno dati a voi, e il quadro è completo.


Questa era la mia idea del lavoro di una cassiera del supermercato: un lavoro monotono e noioso. Mi sono spesso chiesto se esistesse un cassiere felice! La risposta è sì: c’è chi lavora alla cassa del supermercato è non solo dimostra di essere felice ma è anche motivo stesso della scelta del supermercato. Ho, infatti, incontrato una cassiera che mi ha accolto con il sorriso e mentre mi passava i prodotti, ha riso e scherzato. Inoltre, ha dimostrato dopo solo due volte di ricordarsi di me, evitando di chiedermi il documento prima di pagare con la carta di credito! Sono uscito dal supermercato con la certezza di aver incontrato una persona felice e sapendo che, nonostante lungo quella strada vi sia un supermercato ogni 10km, ritornerò sempre lì. Il valore aggiunto e il vantaggio competitivo del supermercato risiedono in una cassiera felice? Sì, credo di sì, anche in tempi in cui si guarda al prezzo prima di tutto; e penso anche che la cosa valga non solo per il supermercato.

Ho sempre pensato che la felicità sul lavoro e nell’economia sia fondamentale e, a quanto pare, non sono l’unico a dirlo. Infatti, quello che mi preoccupa di molte aziende che visito – e in parte anche dell’Italia –  e che se valutassero oltre al fatturato, la felicità aziendale, il giudizio finale non cambierebbe di molto. Questo, indipendentemente dall’unità di misura utilizzata e dalle variabili in gioco per determinare la felicità.

Cosa significa tutto ciò? La felicità – da intendersi come quel mix di buon clima aziendale, senso di realizzazione da parte dei dipendenti e amore per il proprio lavoro – credo fortemente sia una condizione quantomeno necessaria al successo aziendale nel medio-lungo periodo. 

Perché è importante la felicità al lavoro?

  1. Le persone felici lavorano meglio assieme: questo significa meno litigi e tensioni, più collaborazione e clienti più soddisfatti e fedeli.
  2. Le persone felici sono più creative. Teresa Amabile dell’Harvard Business School ha dimostrato che la produttività è legata alla capacità di avere nuove idee ed a avere pensieri più originali e creativi in modo costante.
  3. Le persone felici tendono a risolvere i problemi invece di lamentarsi. Quando non ci piace ciò che facciamo ogni ostacolo pare l’Everest e scatta la lamentela che, non solo non risolve il problema, ma è altamente contagiosa tra i colleghi. Le persone felici sono orientate alla risoluzione dei problemi ed evitano le epidemie di lamentele.
  4. Le persone felici hanno più energia, motivazione e si ammalano meno frequentemente!

La lista credo potrebbe tendere all’infinito. Mi fermo qui. Ritengo, infatti, interessante comprendere cosa fare per assicurare in azienda un buon livello di felicità:

  1. Creare in azienda un clima positivo nei confronti degli errori abituando le persone ad individuarli, analizzarli ma NON a giudicarsi. Il giudizio – “sbagliato”, “giusto”, … – non velocizza la risoluzione e in ogni caso non migliora l’efficienza.
  2. Promuovere un atteggiamento mentale resiliente di fronte le avversità, ovvero essere capaci di cadere 7 volte e alzarvi 8 (nana korobi hachi oki dal famoso detto giapponese). Le recriminazioni o le accuse sono solo una perdita di tempo e minano la motivazione. Cercare di tenere sempre un atteggiamento positivo, fattivo e propositivo
  3. Abolire il rancore. Il passato è… passato e come dice la saggia tartaruga Oogway in KungFu Panda, il presente è appunto un presente ovvero un dono da sfruttare e godere.
  4. Fare il proprio lavoro non è mai una questione di fare e basta, è più una questione di farlo all’interno di un contesto positivo in cui sentirsi e far sentire le persone apprezzate e considerate. Coinvolgere colleghi e collaboratori nei vari risultati e obiettivi crea un sentimento di appartenenza, permettendo di condividere i successi e superare meglio le difficoltà. Se il lavoro si riduce al fare e basta la motivazione tende a scendere e il team a sgretolarsi.
  5. Creare una cultura aziendale forte in modo da favorire una “selezione naturale” delle risorse umane basata sui valori immateriali. Aziende con una cultura lavorativa scarsa o poco sentita tendono ad avere tra le loro file persone poco motivate. Viceversa, valori aziendali forti ed univoci tendono ad attrarre persone che si riconoscono in quei valori. Lavorare in una azienda con valori distanti dai propri è come vestirsi con abiti di una taglia sbagliata: alla fine o si rompono i vestiti o si appare più brutti di quel che si è!
  6. Impegno. Le aziende spesso pensano che lavorare sugli aspetti immateriali (identità, valori, leadership, team, …) sia una gran perdita di tempo e denaro; tuttavia le ricerche di Srikumar Rao mostrano che  successivamente alla crisi le aziende che meglio perfomano sono quelle che hanno mantenuto inalterati tali investimenti. La ragione risiede nel fatto che sono proprio gli aspetti immateriali a dare il “perché” (perché fare uno straordinario non pagato, perché fare un nuovo compito, perché imparare ad usare un nuovo programma, …) alle risorse umane nei momenti difficili.

Detto questo non mi rimane che un dubbio: la mia cassiera preferita vedendomi con sei casse di acqua di sei bottiglie ognuna mi ha detto: “seo per seo: trentaseo!”. Che fosse così felice perché legge di SEO su 4marketing?!? …questa però è un’altra storia…

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