Quando uno dice “Manifesto” il primo che ti viene  in mente è quello del Partito Comunista, di liceali rimembranze. Poi, all’Università, ho scoperto e apprezzato quello del blog FirstDraft. Ma cos’è veramente un manifesto? Come utilizzarlo in maniera concreta e utile?

Mettendoci un po’ le mani, quando provi ad applicare gli strumenti del marketing al no-profit, scopri che, rispetto alle classiche vision, mission, valori, un manifesto può essere ancora più accessibile e immediato, perché ragiona per parole chiave e non per concetti astratti e roboanti.

Un po’ come nella folksonomy, i tag che utilizzi ti permettono di uscire dal paradigma della gerarchia (un centro regolatore definisce il nord e tutta l’organizzazione deve seguirlo, volente o nolente) per lasciare spazio ad una categorizzazione distribuita. Tutti contribuiscono e, sì, ci può essere un po’ di casino. Per fortuna che c’è, perché nel volontariato la leva motivazionale per mettere in moto il contributo delle persone è esclusivamente la passione.

Così, un documento sintetico strutturato in semplici parole chiave (i tag più “sentiti” dal gruppo di lavoro, appunto) diventa un’opportunità per far emergere dinamiche relazionali partecipative. Si arriva al risultato migliore se tutti contribuiscono al meglio delle loro capacità, e tutti contribuiscono se il clima relazionale è di apertura e fiducia. Tutti hanno ragione e nessuno è migliore di altri. La cattedra è vuota e sono tutti in cerchio, tipo alcolisti anonimi. Qualcuno può e deve avere più esperienza in particolari ambiti, e proprio queste “ore di volo” vengono messe a disposizione del progetto collettivo.

Così sta nascendo il manifesto del CENTRO SCALZI di Venezia. Per il momento abbiamo definito il payoff e le 5 parole chiave che ne caratterizzano l’identità:
CENTRO SCALZI | Buttiamoci su

  • Carattere
  • Bellezza
  • Spazi
  • Conversazioni
  • Attenzioni

Voi che ne dite? Come suona?

  • Ciao Samuel, grazie per il bel post!
    Dal mio punto di vista ritengo che quanto dici vada esteso. Proprio perché un Manifesto

    ragiona per parole chiave e non per concetti astratti e roboanti

    a mio modo di vedere dovrebbe essere l'approccio non solo delle aziende no-profit, ma di tutte le aziende…
    Come dici:

    un documento sintetico strutturato in semplici parole chiave (i tag più “sentiti” dal gruppo di lavoro, appunto) diventa un’opportunità per far emergere dinamiche relazionali partecipative. Si arriva al risultato migliore se tutti contribuiscono al meglio delle loro capacità, e tutti contribuiscono se il clima relazionale è di apertura e fiducia

    è utile non solo all'esterno ma soprattutto all'interno. Ci si mette la "pettorina" e si condivide il messaggio. Cosa a mio modo di vedere assolutamente imprescindibile.
    Il problema è che a volte prima di entrare agli alcolisti anonimi bisogna accettare l'idea di avere un problema 😉